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Capitani Coraggiosi, Manager 2.0 nel NordEst del Terzo Millennio: un resoconto

di Luca Marcolin

 

25 Maggio, Venezia. Ca’ Foscari celebra il suo alumni day con una giornata intera di incontri e convegni. Il primo è stato quello organizzato da ALEA a sancire una storica collaborazione con Ca’ Foscari Alumni. Pur mantenendo la sua autonomia e specificità, ALEA ha aderito al progetto di Ca’ Foscari di aggregare e supportare i club e le comunità che son nate e si riconoscono intorno alle aule veneziane.

E proprio la cornice sontuosa dell’aula Baratto, affacciata sul Canal Grande al secondo piano di Ca’ Foscari, ha ospitato un convegno dal nome suggestivo di Capitani Coraggiosi, Manager 2.0 nel NordEst del Terzo Millennio.

Dopo i saluti introduttivi di Diego Mantoan, direttore di Ca’ Foscari Alumni, e di Stefano Bianchi, presidente di Alea, Giovanni Costa, storico professore per tanti di noi, nella sua veste di professore ma anche di banchiere, presidente della Cassa di Risparmio del Veneto, ha aperto le danze di una conversazione incentrata sulle dinamiche di leadership tra imprenditori e manager in questo periodo di crisi. Come aveva già espresso nel suo recente “La sindrome del turione”, Costa ha ricordato l’annosa questione della faticosa relazione tra imprenditore e manager, soprattutto per la grande distanza tra la ruvida praticità del primo e la impostazione tecnica del secondo, facendo una implicita autocritica ad una storia di sviluppo delle scuole manageriali, troppo focalizzate sulle competenze specialistiche e poco su quelle relazionali e umane. Ma anche sulla relazione tra capitale di rischio e mondo bancario e sulla capacità delle aziende di rinnovarsi ed evolversi indipendentemente dalle loro dimensioni, dove piuttosto che grande verso piccolo bisogna saper distinguere tra dimensioni adeguate e non adeguate alla sfida competitiva. Di fondo un grande invito a rivitalizzare il ruolo dell’impresa, a pensare di ripartire con gli investimenti di sviluppo e non solo di ricapitalizzazione. Esortazione e stimolo che ha visto la reazione sentita dell’imprenditore Tomat al banchiere Costa. Troppo facile lamentare la mancanza di visione imprenditoriale, sosteneva Tomat, se non si fa un’altrettanto severa riflessione sulla incapacità del sistema bancario di rinnovarsi, sia in termini di produttività che di competenze.

Luca Parrella, past president di Alea, nella sua veste di moderatore passava poi la parola a Lauro Buoro, titolare di Nice, un’azienda modello del nostro nordest degli ultimi due decenni, e un esempio di imprenditore che ha saputo “comprare” e integrare competenze manageriali nella sua struttura, sia a livello operativo che nel consiglio di amministrazione. La sua è stata un’esortazione a sfumare la distinzione tra manager e imprenditore per costruire una base di fiducia e una collaborazione non tattica, di breve periodo, ma duratura, capace di lavorare nel tempo per realizzare il progetto che l’imprenditore persegue. E la figura dell’imprenditore si esplicita allora nella capacità di sognare, di sviluppare una visione, ma anche di coinvolgere, di contaminare, per fare in modo che anche nelle periferie si condivida quanto viene maturato nelle sedi centrali.

L’esperienza di Stefano Beraldo, infine, manager che dalla revisione ha scalato tutti i gradini di una carriera che lo ha portato prima a fare l’amministratore delegato di De Longhi prima e di Coin oggi. Un percorso che gli ha permesso di comprendere che senza imprenditore non c’è impresa. Ma anche che ci sono tanti equilibri tra imprenditore e manager: da un imprenditore operativo e a tutto tondo, attorniato da manager più focalizzati a ruoli da specialista ad imprenditori portatori di capitale e di visione ma attorniati da manager capaci di realizzare le strategie a portatori di capitali che delegano in toto al management. Come gli è capitato in Coin, dove si è dovuto mettere in gioco personalmente, in una azienda da ristrutturare e in mano ad investitori di capitale, entrando nella dinamica data dal giocarsi una sfida non solo sul piano professionale ma anche personale, dimostrando di voler giocare anche il rischio del proprio di patrimonio. E in questo percorso ci ha offerto la sua versione della leadership, distinguendo tra il leader del gruppo e il leader nel gruppo. Capace nel primo caso di gestire le emergenze e dare direttive, capace nel secondo caso di giocare più nella squadra per stimolare la partecipazione e il coinvolgimento.

Una riflessione che ha visto ancora approfondimenti di Buoro e di Tomat, e la consapevolezza della necessità di andare oltre i ruoli per recuperare la dimensione pienamente umana dell’uomo che nel lavoro e nell’intrapresa sa mettere in gioco con entusiasmo i suoi talenti. Tutti chiamati a diventare più imprenditori e più manager, capaci di legare professionalità e competenze con la piena realizzazione della dimensione umana.


Un imprenditore invitato all’evento aveva declinato l’invito chiedendosi cosa potesse dire di tanto nuovo un panel di relatori tanto autorevoli ma anche tanto consolidati. Peccato non sia venuto, avrebbe portato sicuramente a casa stimoli preziosi per ripensare al suo fare l’imprenditore, con più passione e più razione.

 

La galleria delle immagini: https://www.dropbox.com/sh/pxgq10bcisnio9s/qocpuKo84K